C’è chi li chiama “legacy media” (Elon Musk) o “media novecenteschi” (Bonifacio Castellane, giornalista de “La Verità”), ma è indubbio: la comunicazione è cambiata radicalmente negli ultimi anni.
Con l’acquisto di Twitter da parte di Musk – e la sua ridenominazione in X – il mondo dell’informazione non è più lo stesso. Quello che un tempo veniva spacciato per il “valore aggiunto” dell’intermediazione giornalistica oggi rivela la sua vera natura: in gran parte dei casi si tratta di veicolare una narrazione precostituita, selezionando e “aggiustando” le notizie per farle combaciare con essa. Basta guardare i grandi network USA (CNN, NBC, MSNBC…) per rendersene conto, e in Italia il meccanismo è identico.
Musk, piaccia o no, scommette sull’umanità: rispetta il pubblico e rifiuta l’idea del “popolo bue”. Le notizie si possono trasmettere crude, senza filtri paternalistici. La tecnologia lo permette: anche il reporter più piccolo può fare inchieste sul campo a costi minimi, come ha dimostrato il caso Minnesota con Nick Shirley e le sue video-inchieste virali sui presunti daycare fraudolenti.
Oggi riceviamo le notizie direttamente dalle fonti ufficiali – tutte presenti su X – senza bisogno dell’intermediazione (e della parcella) delle grandi testate. Anzi: sempre più spesso in TV la “fonte” della notizia è… un post su X. A quel punto, perché dovrei accendere il televisore?
La sinistra, dopo l’avvento di X, oscilla tra l’uscire dalla piattaforma (per poi rientrarci di nascosto) e restarci obtorto collo, sapendo bene che non esiste al momento una reale alternativa per penetrazione e velocità.
Su X stanno emergendo modelli comunicativi vincenti. Oltre agli approfondimenti politici e filosofici, spiccano – grazie al nostro senso dell’umorismo e all’influenza di TikTok – i meme e i video ironici che prendono di mira una certa sinistra. Stanno diventando virali a ritmi impressionanti.
Penso soprattutto ai contenuti esplosi dopo la cattura di Maduro a inizio 2026: il suo “Nike tracksuit da detenuto”, i meme sul “Maduro Fit”, i video AI esilaranti, le canzoni tipo “Maduro Renuncia” che scalano le classifiche. Comunicazione allegra, immediata, condivisibile: arriva a milioni di persone che non aprirebbero mai un editoriale. Prima capiamo che questa è la strada da percorrere per difendere il pensiero liberal-conservatore, meglio sarà. Anche questa è pre-politica.
La battaglia si gioca tutta sulla comunicazione. Possiamo avere le tesi migliori del mondo, ma se non le trasmettiamo in modo efficace al maggior numero possibile di persone, restano lettera morta.
La vittoria di Zohran Mamdani a New York (eletto nel novembre 2025, insediato il 1° gennaio 2026) lo dimostra alla perfezione. Nelle grandi città la quota di elettori che vota davvero sui “problemi concreti” della municipalità è minoritaria: si vota per campo ideologico, come nelle politiche nazionali. Mamdani ha vinto proprio con una comunicazione nativa digitale, virale, giovane, meme-centrica – dalla parte opposta della barricata.
Il modello comunicativo è definito. Manca solo il candidato. Che sia autentico, coerente con questo stile: ironico, diretto, digitale, senza paura di sporcarsi le mani con un reel o un meme tagliente.
Ne abbiamo il potenziale. Serve solo chi lo incarni senza filtri da consulenza politica anni ’90.





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