Il Tigre ha vinto: la Colombia sceglie la destra e cambia il volto dell’America Latina

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Il 21 giugno 2026 la Colombia ha chiuso un capitolo e aperto un altro. Abelardo de la Espriella, avvocato e imprenditore di 47 anni soprannominato “El Tigre”, ha vinto il ballottaggio presidenziale con il 49,66% dei voti contro il 48,70% del senatore di sinistra Iván Cepeda. Meno di 300.000 voti di scarto su oltre 26 milioni di votanti: un margine sottilissimo, un Paese spaccato a metà. E tuttavia un risultato netto nel suo significato: per la prima volta dal 2022, quando Gustavo Petro aprì la parentesi del primo presidente di sinistra nella storia colombiana, Bogotà torna a destra. Non a una destra tiepida e istituzionale. A una destra muscolare, identitaria, esplicitamente conservatrice, perfettamente in linea con il grande risveglio che sta ridisegnando la politica di un intero continente.

1. Chi è «El Tigre»: l’uomo che ha conquistato Bogotà

Abelardo de la Espriella nasce nel 1978 e cresce a Montería, sulla costa caraibica colombiana. Studia legge all’Università Sergio Arboleda, fonda nel 2002 il suo studio legale con sedi a Barranquilla, Bogotà, Medellín e Miami, e diventa in vent’anni uno degli avvocati penalisti più noti del Paese, famoso per difendere clienti di altissimo profilo in processi che hanno fatto la storia giudiziaria colombiana. Imprenditore a tutto tondo, ha costruito un impero commerciale che spazia dal vino al rum, dall’abbigliamento agli immobili. Cittadino con triplice nazionalità, colombiana, americana e italiana, è una figura che incarna le contraddizioni apparenti della nuova destra latinoamericana: uomo di successo che parla alla gente comune, cosmopolita che difende le radici, imprenditore che critica le élite.

Prima del luglio 2025, data in cui ha lanciato il movimento Defensores de la Patria raccogliendo oltre tre milioni di firme, non aveva mai ricoperto nessuna carica pubblica. Non era sindaco, non era parlamentare, non portava il peso di nessuna corrente partitica. Si è presentato come un outsider assoluto in un Paese stanco dei politici di professione, e i colombiani gli hanno creduto. Al primo turno del 31 maggio ha preso il 43,74% dei voti, contro il 40,90% di Cepeda, in un risultato che ha sorpreso quasi tutti i sondaggisti.

La sua campagna ha puntato su messaggi chiari e senza mediazioni: sicurezza, ordine, identità. Ha proposto megaprigioni di alta sicurezza sul modello salvadoregno, ha promesso di fermare i negoziati con le guerriglie, ha difeso la famiglia tradizionale, si è dichiarato contrario all’aborto e ha messo la difesa dei valori cristiani al centro del suo programma di governo. Ha anche dichiarato di voler eliminare la JEP, la Jurisdicción Especial para la Paz, il tribunale di giustizia transizionale nato dagli accordi con le FARC del 2016: un organismo che de la Espriella considera un’anomalia giuridica inaccettabile, uno strumento che ha trattato i guerriglieri con ben altra indulgenza di quella riservata ai militari che hanno servito lo Stato. Su questo punto non ha mai avuto esitazioni.

Non ha nascosto le sue affinità ideologiche. Ha dichiarato apertamente di ispirarsi a Nayib Bukele, a Javier Milei e a Donald Trump, e di guardare con stima alla premier italiana Giorgia Meloni, che ha citato più volte durante la campagna. È un catalogo di riferimenti che racconta esattamente dove si colloca questa nuova destra latinoamericana: non nell’anticamera della nostalgia, ma nel presente di chi ha deciso che si può governare con fermezza senza chiedere scusa.

La notte del 21 giugno, dal palco di Barranquilla davanti a migliaia di sostenitori, dietro un vetro antiproiettile che racconta da solo la Colombia che eredita, ha lanciato il suo messaggio di vittoria con quattro parole: «Il Tigre abbraccia il Condor». Poi ha aggiunto: «Oggi nasce la patria miracolo». Dall’estero sono arrivate subito le congratulazioni: Trump su Truth Social ha scritto «Ha vinto, e largamente!»; il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato una futura collaborazione sulla sicurezza e sul contrasto all’immigrazione illegale; Giorgia Meloni ha scritto di essere «pronta a collaborare», ricordando il legame personale del nuovo presidente con l’Italia.

2. Duecento anni di storia: dalla destra tradizionale all’esperimento Petro

Per capire il peso di quello che è successo il 21 giugno, bisogna fare un passo indietro. La Colombia ha una storia politica singolare nell’America Latina: ha evitato le grandi dittature militari che hanno devastato i Paesi vicini, ma ha convissuto per decenni con una violenza endemica alimentata dal narcotraffico e dalla guerriglia. La sua struttura politica è stata dominata per quasi due secoli dall’alternanza tra il Partido Liberal e il Partido Conservador, due partiti che in passato si sono scontrati duramente, fino alla guerra civile degli anni Cinquanta conosciuta come “la Violencia”, e che poi, con il Frente Nacional del 1958, trovarono un patto di rotazione del potere. Una stabilità istituzionale pagata con la cristallizzazione delle élite e l’esclusione delle classi popolari dalla rappresentanza reale.

Nel 2002 Álvaro Uribe vince le presidenziali e costruisce il suo mandato sulla “sicurezza democratica”: guerra alle FARC, allineamento con Washington, Plan Colombia. I risultati militari ci sono: le FARC vengono indebolite significativamente. L’eredità di Uribe resterà la bussola della destra colombiana per vent’anni, anche oltre i suoi mandati, e non a caso de la Espriella ha mantenuto durante tutta la campagna un rapporto di stima con l’ex presidente.

Juan Manuel Santos (2010-2018), inizialmente delfino di Uribe, cambia rotta e firma nel 2016 l’Accordo di Pace con le FARC, ottenendo il Nobel per la Pace. Un accordo che però divide il Paese: il referendum popolare viene respinto di misura dall’ala conservatrice, che denuncia l’eccessiva generosità verso i guerriglieri e la creazione di quella JEP che de la Espriella ha promesso di smantellare. Iván Duque (2018-2022) riporta la destra al governo ma non riesce a ricucire le fratture: le grandi proteste del 2021 e la loro gestione difficile aprono una crisi di consenso.

Ed è così che nel giugno 2022 Gustavo Petro, ex guerrigliero dell’M-19, vince il ballottaggio presidenziale. Per la prima volta in duecento anni di storia colombiana, la presidenza va alla sinistra. La parentesi Petro è durata quattro anni e ha lasciato un bilancio che il corpo elettorale ha giudicato chiaramente il 21 giugno. Sul piano sociale alcune riforme sono passate, pensioni e lavoro in particolare. Sul piano della sicurezza, che è il piano che conta nella vita quotidiana dei colombiani, il fallimento è stato netto e documentato. La “Paz Total”, il tentativo di negoziare simultaneamente con tutti i gruppi armati, dai narcotrafficanti alle frange residue delle FARC, si è rivelata una scommessa perduta. I tredici tavoli di dialogo aperti si sono quasi tutti fermati. Nel 2025 la violenza è tornata a livelli che il Paese non vedeva da anni: oltre venticinque attentati in poche settimane, bombe, droni, assalti a basi militari. In aprile, nel Cauca, un’esplosione ha ucciso venti persone. Secondo la ONG Misión de Observación Electoral, circa 340 comuni su 1.100 erano considerati a rischio di violenza in vista del voto. La risposta dei colombiani alle urne è stata conseguente.

3. Cosa si propone di fare: il programma del nuovo presidente

De la Espriella entra alla Casa de Nariño il 7 agosto 2026 con un programma che sul piano interno è articolato e coerente, anche se la realizzazione dipenderà dalla sua capacità di costruire alleanze in un Congresso frammentato, dove il Pacto Histórico di Petro rimane la prima forza politica dopo le legislative di marzo.

Sul fronte della sicurezza, la promessa è di un’inversione di rotta radicale: stop immediato ai negoziati con i gruppi armati, offensiva militare nelle zone controllate dalle bande e dai dissidenti delle FARC, costruzione di carceri di massima sicurezza. Ha dichiarato di voler eliminare la JEP, considerata una distorsione del principio di uguaglianza davanti alla legge: chi ha preso le armi contro lo Stato ha goduto di trattamenti che i tribunali ordinari non avrebbero mai concesso, mentre i militari che hanno servito la Repubblica sono stati processati con ben altri criteri. Su questo la posizione di de la Espriella è ferma e non negoziabile.

Sul piano economico, il programma è apertamente liberista: riduzione della pressione fiscale sulle imprese, attrazione di investimenti privati, rilancio del settore estrattivo, petrolio e miniere in primo luogo, che Petro aveva cercato di limitare in nome di una transizione energetica che la Colombia, con le sue necessità di sviluppo, non può permettersi nei tempi immaginati dall’agenda progressista internazionale.

Sul piano dei valori, la piattaforma è esplicitamente conservatrice: difesa della famiglia tradizionale, opposizione all’aborto, valorizzazione delle forze armate e delle istituzioni religiose. Nel programma di campagna scriveva che «la difesa della causa cristiana è una priorità che va di pari passo con la recuperazione dell’ordine pubblico». Un linguaggio diretto, senza le perifrasi a cui certa destra istituzionale ha abituato, e che ha evidentemente incontrato il consenso di milioni di colombiani.

È sul piano della politica estera che il programma di de la Espriella segna la rottura più netta con il predecessore, e le sue dichiarazioni sono precise e verificabili. In un’intervista a Blu Radio durante la campagna ha detto: «Nel mio governo non ci saranno relazioni con il Venezuela di nessun tipo, non ci saranno relazioni con il Nicaragua, non ci saranno relazioni con Cuba né con nessuna tiranía del mondo». Nel discorso di vittoria ha confermato la linea con una formula ancora più netta: «Non avremo relazioni con i Paesi che non rispettano la libertà e lo stato di diritto».

Il significato di questa posizione è concreto e va oltre la retorica. La Colombia condivide oltre 2.200 chilometri di confine con il Venezuela, uno dei confini più complessi del continente, attraversato da flussi di migranti, traffici illeciti e movimenti di gruppi armati che operano su entrambi i lati. Petro aveva tentato di normalizzare le relazioni con Caracas, riaprendo l’ambasciata e avviando un coordinamento bilaterale sulla gestione della frontiera. De la Espriella chiude con tutto questo. Con Bogotà che torna ad allinearsi con Washington, il regime di Maduro si trova in una posizione ancora più difficile: già isolato, già sotto pressione americana dopo l’operazione militare statunitense del gennaio 2026, ora privo anche dell’interlocutore colombiano che Petro aveva faticosamente costruito. È la logica conseguenza di scegliere da che parte stare, e de la Espriella ha scelto senza ambiguità.

C’è poi il nodo dei migranti venezuelani. La Colombia ha accolto oltre 2,8 milioni di venezuelani, quasi la metà dell’intera diaspora nel continente. De la Espriella ha sempre distinto tra il regime Maduro, verso cui non sarà fatto nessuno sconto, e i civili in fuga da esso, verso cui non ha adottato toni ostili. Una distinzione politicamente intelligente e moralmente corretta: non è la popolazione venezuelana il nemico, è il socialismo bolivariano che l’ha ridotta alla fuga.

4. L’America Latina che vira a destra: da Bukele a Buenos Aires, da Santiago a Bogotà

Il 22 giugno mattina, appena confermati i risultati preliminari, le congratulazioni sono arrivate quasi in contemporanea da Buenos Aires, Santiago, Quito, Asunción. Il club dei governi conservatori latinoamericani ha un nuovo membro, e lo ha accolto con entusiasmo comprensibile. La vittoria colombiana è l’ultimo capitolo di una storia che dura ormai da anni e che racconta qualcosa di più profondo di un semplice ciclo politico.

Il punto di partenza, e il modello di riferimento più citato dai candidati di destra del continente, è Nayib Bukele in El Salvador. Eletto nel 2019 e rieletto nel 2024, Bukele ha preso un Paese che aveva il tasso di omicidi tra i più alti del mondo e ha invertito la rotta in modo radicale. Lo strumento è stato lo stato di emergenza, le incarcerazioni di massa e la costruzione del CECOT, un carcere da 40.000 detenuti che è diventato il simbolo di questa stagione politica. I risultati sono misurabili e incontestabili: il calo degli omicidi è documentato e spettacolare, e Bukele ha indici di gradimento che sfiorano l’80%. Per un elettorato latino stanco di vivere con la paura, questo dato vale più di qualsiasi discussione teorica sui metodi. La sinistra ha occupato il potere in El Salvador per decenni senza risolvere il problema della violenza. Bukele lo ha risolto. Il giudizio popolare è stato conseguente.

Nel novembre 2023, l’Argentina elegge Javier Milei. Qui il tema centrale non è la sicurezza ma l’economia: Milei arriva con la promessa di smantellare uno Stato che ha portato l’inflazione al 200% annuo e il Paese alla bancarotta ripetuta. Taglia la spesa pubblica, elimina ministeri, punta sulla stabilizzazione monetaria. I risultati cominciano ad arrivare, l’inflazione scende, e nel settembre 2025, con il sostegno di Trump, vince le elezioni di mid-term consolidando la maggioranza parlamentare. Il messaggio che passa al resto del continente è semplice: il liberismo funziona quando viene applicato con coerenza, non a metà.

Nel dicembre 2025 tocca al Cile. José Antonio Kast, fondatore del Partito Repubblicano e difensore dei valori nazionali e della tradizione cilena, vince il ballottaggio contro la sinistra di Gabriel Boric. È il segnale forse più sorprendente: il Cile, che aveva respinto appena tre anni prima una costituzione progressista, sceglie ora il candidato più esplicitamente conservatore della sua storia democratica recente. In Ecuador Daniel Noboa, dichiarata guerra totale alle gang, è stato rieletto nell’aprile 2025. In Bolivia, nell’ottobre 2025, Rodrigo Paz ha messo fine a vent’anni di governi di sinistra inaugurati da Evo Morales. In Honduras vince il conservatore Nasry Asfura, con il sostegno esplicito di Trump.

Secondo le analisi dell’ISPI e di altri istituti di ricerca internazionali, la grande maggioranza delle principali democrazie latinoamericane ha cambiato orientamento politico dal 2022 spostandosi verso destra. Dei grandi Paesi del continente, oggi soltanto Messico e Brasile sono governati da progressisti, e il Brasile di Lula affronta elezioni nel 2026 con la sicurezza come tema dominante del dibattito. La «marea rosa» degli anni Duemila si è ritirata quasi ovunque.

Le ragioni di questa svolta meritano di essere capite, perché non sono accidentali. L’America Latina ospita l’8% della popolazione mondiale ma circa il 30% degli omicidi globali, secondo i dati UNODC. Il narcotraffico non è solo un problema di ordine pubblico: è un’economia parallela che corrompe le istituzioni, distorce le finanze pubbliche, colonizza i sistemi giudiziari. I governi di sinistra che si sono succeduti nel continente negli anni Duemila avevano promesso redistribuzione e inclusione, e in parte le hanno realizzate, ma non hanno mai risolto il problema della sicurezza e spesso hanno preferito negoziare con i poteri criminali invece di combatterli. Il conto è arrivato alle urne. A questo si aggiunge la crisi migratoria venezuelana: 7,7 milioni di persone fuggite da Caracas secondo i dati UNHCR di inizio 2026, la più grande crisi migratoria dell’emisfero occidentale in tempo di pace, prodotta da trent’anni di socialismo bolivariano. Una lezione che il continente sta metabolizzando, Paese per Paese.

5. Il conservatorismo globale: un risveglio, non una moda

Sarebbe però riduttivo leggere ciò che sta accadendo in America Latina come un fenomeno puramente locale. È parte di qualcosa di più grande: un risveglio conservatore che attraversa continenti e sistemi politici diversissimi, accomunati dalla stessa insofferenza verso il progressismo come ideologia totalizzante di governo.

In Europa la destra conservatrice ha consolidato la propria presenza istituzionale in modo significativo. Giorgia Meloni guida il governo italiano con una maggioranza solida ed è stata tra le prime a congratularsi con de la Espriella, ricordando il legame personale del nuovo presidente con l’Italia. Il gruppo ECR al Parlamento europeo è diventato dopo le elezioni del giugno 2024 la terza forza dell’assemblea di Strasburgo. In Francia Marine Le Pen ha raggiunto percentuali storiche. In Germania l’AfD è stabilmente la seconda forza nei sondaggi. Il denominatore comune non è la nostalgia del passato ma la stanchezza verso burocrazie sovranazionali lontane dai cittadini, verso un’agenda culturale calata dall’alto, verso una gestione dell’immigrazione che ha privilegiato l’ideologia rispetto alla sicurezza dei propri concittadini.

Negli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel novembre 2024 e ha ridefinito i parametri della politica estera americana. Il suo endorsement a de la Espriella non è stato solo un gesto simbolico: ha avuto peso concreto. Nella diaspora colombiana negli USA, prevalentemente composta da imprenditori e professionisti, de la Espriella ha preso il 72% dei voti al primo turno. E il riconoscimento americano ha trasformato rapidamente un outsider quasi sconosciuto sei mesi fa nel presidente riconosciuto dall’Occidente conservatore prima ancora che lo scrutinio fosse chiuso.

Quello che unisce questi movimenti così diversi per storia e contesto è una domanda di fondo comune: la richiesta che lo Stato torni a fare il suo mestiere. Proteggere i confini, garantire la sicurezza, difendere le tradizioni che tengono insieme una comunità, lasciare che le famiglie e le imprese respirino senza l’assedio di una burocrazia ideologizzata. Sono richieste che sembrano ovvie ma che i governi progressisti degli ultimi vent’anni hanno sistematicamente eluso, preferendo la gestione delle disuguaglianze sociali attraverso la spesa pubblica alla costruzione di istituzioni solide e di un ordine credibile.

Questa nuova destra ha anche capito prima degli altri come funziona la comunicazione nel XXI secolo. De la Espriella come Bukele, Milei o Trump ha costruito il suo consenso sui social media, parlando direttamente alle persone senza passare per i filtri dei giornali e delle televisioni che per decenni hanno orientato l’opinione pubblica in senso progressista. Non è un dettaglio tecnico: è una rivoluzione nella struttura del potere culturale, e la sinistra non ha ancora trovato una risposta convincente.

Conclusione: una lezione che vale oltre le Ande

C’è qualcosa che colpisce in questa storia, se si ha la pazienza di guardare oltre la cronaca immediata.

Abelardo de la Espriella sei mesi fa era quasi sconosciuto fuori dalla Colombia. Non aveva mai vinto un’elezione, non aveva mai corso per una carica pubblica. Aveva 47 anni, una carriera di avvocato, un account sui social e un soprannome. Oggi è presidente della terza economia dell’America Latina. È successo perché ha detto agli elettori una cosa che sembrava ovvia ma che nessuno stava dicendo ad alta voce: che la sicurezza non è un lusso, è il presupposto di tutto il resto. Che trattare con chi tiene in ostaggio un territorio non è diplomazia, è resa. Che uno Stato che non riesce a proteggere i suoi cittadini ha già perso la sua ragione di esistere.

Il governo Petro aveva scelto la strada opposta: negoziare con tutti, includere tutti, distribuire a tutti. Un progetto generoso nell’intenzione, fallimentare nella realtà. La violenza è aumentata, le bande hanno rafforzato il controllo del territorio, i colombiani hanno smesso di sentirsi al sicuro. Alle urne hanno risposto di conseguenza, e nessuno dovrebbe sorprendersi.

È questa la prima lezione, che vale per chiunque governi o aspiri a governare: le parole devono diventare fatti, e il fatto più elementare che uno Stato deve garantire è la sicurezza fisica dei suoi cittadini. Tutto il resto viene dopo. La seconda lezione è che la destra conservatrice, quando smette di essere difensiva e propone la propria visione con chiarezza e senza complessi, vince. Milei non ha vinto difendendo il passato argentino, ha vinto attaccando il presente. Bukele non ha promesso di restaurare niente, ha risolto un problema che le persone sentivano ogni giorno sulla pelle. De la Espriella non ha vinto per nostalgia di nessuno, ha vinto perché ha risposto a una domanda concreta con una risposta concreta.

Il 7 agosto, quando entrerà alla Casa de Nariño, il Tigre troverà ad aspettarlo un Paese diviso, un Congresso frammentato, un’economia con i conti difficili e un conflitto armato interno che dura da sessant’anni. Governare è sempre più complicato che vincere. Ma il voto del 21 giugno ha già detto qualcosa di importante, che va oltre la Colombia e oltre questa stagione politica. Quando la sinistra dimentica che la libertà concreta viene prima di quella ideale, prima o poi qualcuno glielo ricorda. Stavolta quel qualcuno si chiama El Tigre, e parla anche italiano.

Fonti

• Risultati elettorali ufficiali preliminari: Registraduría Nacional del Estado Civil de Colombia, 21 giugno 2026

• Dichiarazioni di de la Espriella su politica estera e Venezuela: intervista Blu Radio, agosto 2025; discorso della vittoria, Barranquilla 21 giugno 2026 (Infobae, CDT.ch, Vatican News)

• Dati sulla migrazione venezuelana: UNHCR/R4V, Plataforma de Coordinación Interagencial, gennaio 2026 (7,7 milioni di migranti)

• Dati omicidi America Latina: UNODC, World Drug Report 2025 (8% popolazione mondiale, circa 30% degli omicidi globali)

• Svolta a destra America Latina: ISPI Daily Focus, giugno 2026; Il Post, 23 giugno 2026; Zeta Vision, giugno 2026

• Profilo di de la Espriella: CNN en Español, 20 giugno 2026; Il Giornale, 22 giugno 2026; Il Bo Live, Università di Padova, 22 giugno 2026

• Analisi governo Petro e contesto elettorale: Sondaggi Bidimedia, maggio 2026; Pensalibero.it; Jacobin Italia, aprile 2025

• Storia politica colombiana: Affari Internazionali; Geopolitica.info; Il Post

• Misión de Observación Electoral: comuni a rischio violenza, 2026 (circa 340 su 1.100)

• Percentuale voti diaspora colombiana USA: Registraduría Nacional, primo turno 31 maggio 2026 (dati seggio estero USA)

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