1.288 giorni. L’Italia ritrova la bussola in un mondo che perde il Nord

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Il primato

Il 2 maggio 2026 il governo guidato da Giorgia Meloni ha raggiunto i 1.288 giorni di attività, diventando ufficialmente il secondo esecutivo più longevo della storia repubblicana. Un dato numerico, certo, ma non solo. In una nazione che in ottant’anni di Repubblica ha consumato 68 governi, con una media di vita inferiore all’anno e mezzo, la stabilità non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica, prima ancora che un risultato. E questa stabilità è stata costruita da un partito che fino a poco più di un decennio fa era praticamente irrilevante e che oggi guida la seconda economia dell’Eurozona attraverso una delle fasi più turbolente della storia recente.

Meloni ha accolto il traguardo con sobrietà: “Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte”. Parole calibrate, che dicono molto sulla maturità raggiunta da una leadership che nel 2022 molti osservatori — soprattutto esteri — si aspettavano cedesse nel giro di qualche mese, sotto il peso delle contraddizioni interne alla coalizione e delle pressioni internazionali. Invece, l’esecutivo è ancora lì. E punta a battere anche il record assoluto: il Berlusconi II, che con 1.412 giorni resta l’unico vero “quasi quinquennio” della storia repubblicana. La data è cerchiata sul calendario: 4 settembre 2026.

Il confronto storico vale la pena farlo senza retorica. Sul podio della longevità ci sono, nell’ordine, il Berlusconi II (1.412 giorni), il governo Meloni (1.288 e contando), il Berlusconi IV (1.287). Per trovare un governo di centrosinistra bisogna scendere al quinto posto, dove Matteo Renzi registra 1.024 giorni. Il centrodestra, e solo il centrodestra, ha prodotto i governi che l’Italia ha riconosciuto come stabili. Non è un caso: è la conseguenza di una vocazione maggioritaria che la destra italiana ha metabolizzato più in profondità della sinistra, capace di aggregare, seppure con fatica e talvolta con tensioni. coalizioni coese attorno a un programma. Questo record matura, poi, in un contesto mondiale in cui la stabilità è diventata una risorsa rara: l’Europa è attraversata da crisi sovrapposte, i governi cadono per pressioni dei mercati, derive identitarie delle coalizioni o semplice usura del potere. La stabilità italiana è diventata essa stessa un messaggio politico. Forse il più eloquente di questa legislatura.

Cosa ha fatto

Quali sono i risultati concreti di questi 1.288 giorni? Il governo ha presentato i propri numeri in occasione del Primo Maggio, e vale la pena riportarli nel loro ordine di grandezza. Oltre 1,2 milioni di nuovi occupati rispetto al 2022, 550mila precari in meno, e il livello di occupazione femminile più alto della storia italiana. Il taglio del cuneo fiscale, reso strutturale con la legge di bilancio 2025 ed esteso ai redditi fino a 40mila euro, e la riforma delle aliquote IRPEF, da quattro a tre, hanno restituito ai lavoratori dipendenti e alle famiglie circa 21 miliardi di euro annui che prima andavano allo Stato. Il sottosegretario Fazzolari ha tradotto questi dati in un’immagine plastica: “quasi mille posti di lavoro stabili in più ogni giorno” durante il mandato.

Sul fronte dei conti pubblici, l’Italia è l’unico Paese del G7 a essere tornata in avanzo primario già nel 2024, dopo la pandemia. Lo spread, che all’ottobre 2022 superava i 236 punti base, è sceso ai 79 punti base dell’ottobre 2025. Il rating sovrano è migliorato. Il PNRR ha visto l’approvazione della penultima rata per un totale di 166 miliardi complessivi ottenuti centrando gli obiettivi. La procedura europea per deficit eccessivo dovrebbe chiudersi già nel 2026, con il deficit atteso sotto il 3% del PIL. Si tratta di risultati che segnano una discontinuità netta rispetto al 2022, quando l’Italia era gravata da un deficit all’8% e da una credibilità internazionale in erosione.

Vanno ricordati anche i risultati strutturali che riguardano categorie specifiche: l’esonero contributivo per le madri lavoratrici, il congedo parentale all’80% per entrambi i genitori, il potenziamento dell’assegno unico per le famiglie numerose, il fondo di garanzia per i mutui dei giovani. Sono misure che non fanno notizia ma che cambiano la vita quotidiana di milioni di persone, e che rispondono a quella visione di politica sociale di impronta conservatrice e comunitaria che Fratelli d’Italia ha fatto propria: lo Stato non come erogatore universale di sussidi, ma come sostegno alla famiglia in quanto cellula fondamentale della società.

L’Italia nel mondo

Il dato politico più rilevante di questi quasi quattro anni non riguarda però i soli numeri di bilancio. Riguarda la posizione dell’Italia nel mondo, e in particolare il ruolo che Fratelli d’Italia ha saputo costruire all’interno del campo conservatore europeo e internazionale. Quando nel settembre 2020 Meloni fu eletta alla guida dell’ECR, il Partito dei Conservatori e Riformisti Europei, molti la considerarono un’operazione di proiezione internazionale di un partito all’opposizione in cerca di legittimità. Fu qualcosa di più: fu l’inizio di una strategia coerente e paziente di costruzione di un’identità conservatrice riconoscibile, capace di dialogare con i Tories britannici, con il partito repubblicano americano, con il Likud israeliano, con i conservatori canadesi e australiani.

Quella scelta distanziava Meloni dalla deriva di Salvini e dal gruppo Identità e Democrazia, meno rispettabile internazionalmente e più esposto all’influenza russa. Posizionando FdI nell’ECR, Meloni costruì le basi per un’interlocuzione credibile con Bruxelles e le principali cancellerie europee. Quando nel 2022 arrivò a Palazzo Chigi, quella rete di relazioni era già pronta. L’Italia non era più il paese delle sorprese sgradevoli: era un interlocutore prevedibile, con una premier che sapeva già chi chiamare e cosa chiedere. Come ha riconosciuto lo stesso Morawiecki, eletto alla guida dell’ECR nel gennaio 2025 al posto di Meloni, il suo mandato punta a “dare continuità ai successi ottenuti negli ultimi quattro anni sotto la guida di Meloni”.

Il governo ha poi incassato un risultato simbolico e politicamente rilevante con la nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Per la prima volta nella storia, un esponente di un governo italiano di destra siede ai vertici dell’esecutivo comunitario con poteri effettivi. È un segnale di quanto la destra italiana abbia percorso strada rispetto a quando veniva considerata un fenomeno folkloristico destinato ai margini del sistema. L’ECR si è collocato al centro del dibattito europeo in una posizione di cerniera tra il PPE e i Patrioti per l’Europa, esattamente come Meloni aveva immaginato: non più la sola lotta contro l’eurocrazia, ma una destra capace di entrare nelle stanze delle decisioni di Bruxelles senza rinunciare alle proprie posizioni.

Va detto con chiarezza: questi risultati non sono stati ottenuti in un ambiente favorevole. L’architettura istituzionale europea è stata costruita in decenni da una cultura politica diversa, progressista nei valori, federalista nelle ambizioni, incline a trattare il sovranismo come un’anomalia da correggere piuttosto che come una posizione legittima. Meloni si è insediata a Palazzo Chigi sapendo che Bruxelles non l’avrebbe accolta a braccia aperte, che i mercati avrebbero testato la sua tenuta, che parte della stampa internazionale attendeva il primo passo falso. Il Patto di stabilità ha imposto vincoli stringenti proprio mentre il paese avrebbe avuto bisogno di maggiore flessibilità. La risposta del governo non è stata la rottura, ma la resistenza paziente: tenere i conti in ordine per togliere agli avversari ogni argomento, costruire relazioni per spostare il dibattito dall’interno, usare la credibilità acquisita per portare le proprie battaglie, sull’energia, sui confini, sulla sussidiarietà dentro le sedi dove si decide davvero. È una strategia meno spettacolare del conflitto aperto, ma molto più efficace. E i risultati, a 1.288 giorni dall’inizio, sono lì a dimostrarlo.

L’ultimo anno

La longevità dell’esecutivo va letta anche alla luce delle sfide non risolte e di un anno finale che si preannuncia difficile. La crisi energetica innescata dalla guerra in Iran è la più grave che l’Italia si trovi ad affrontare in questa legislatura. L’operazione militare congiunta di USA e Israele contro Teheran, avviata il 28 febbraio 2026, ha provocato il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui prima del conflitto transitava circa il 20% del greggio mondiale. L’Italia è tra i paesi europei più esposti: è il primo consumatore di gas in Europa in termini di dipendenza relativa, con il gas al 35,1% del fabbisogno energetico totale, e il 54% del gas qatariota importato in Europa era destinato al nostro paese. Confindustria ha già avvertito che, se il conflitto dovesse protrarsi fino a fine anno, il paese rischierebbe la recessione. Le previsioni di Oxford Economics segnalano per l’Italia un impatto inflazionistico da guerra dell’1,1% nel 2026, il più alto tra i grandi paesi europei.

Sul fronte interno, gli ultimi mesi hanno visto turbolenze che il governo ha assorbito senza cedere: la sconfitta al referendum sulla giustizia, le dimissioni di alcuni esponenti di governo, la ridefinizione degli assetti interni alla coalizione. Il rimpasto è stato finora evitato, e Meloni può ancora inseguire il record di longevità puntando a chiudere la legislatura senza strappi. Il piano casa, il decreto lavoro, le ulteriori misure per la natalità, il premierato e la riforma della prescrizione sono i dossier aperti su cui il governo intende lasciare il segno. La direzione è chiara: uno Stato più solido nelle sue funzioni fondamentali: sicurezza, lavoro, famiglia, casa.

Rimangono 124 giorni al record assoluto. Ma il traguardo vero non è quello aritmetico del 4 settembre. È quello politico: dimostrare che una destra conservatrice, identitaria nei valori ma responsabile nella governance, può amministrare un grande paese europeo per un’intera legislatura lasciandolo in condizioni migliori di come lo ha trovato. Con un’occupazione più alta, uno spread più basso, un ruolo internazionale più credibile. Il cammino percorso da un partito che quindici anni fa non aveva nemmeno un europarlamentare è, in sé, la risposta più eloquente a chi sosteneva che la destra italiana non fosse pronta a governare.

Fonti

ANSA, “Da sabato sarà il secondo governo più longevo, Meloni punta al record”, 29 aprile 2026 — https://www.ansa.it

Sky TG24, “Meloni: ‘Da oggi questo è il secondo governo più longevo della Repubblica’”, 2 maggio 2026 — https://tg24.sky.it

Avvenire, “Il governo Meloni è il secondo più longevo di sempre: 1.288 giorni”, 2 maggio 2026 — https://www.avvenire.it

Quotidiano.net, “Il governo dei 1.288 giorni”, 3 maggio 2026 — https://www.quotidiano.net

Ministero dell’Economia e delle Finanze, “Tre anni di governo: le principali misure adottate” — https://www.mef.gov.it

Secolo d’Italia, “Governo Meloni: da oggi è il secondo più longevo”, 2 maggio 2026 — https://www.secoloditalia.it

Il Sole 24 Ore Lab, “Come la guerra in Iran incide sul costo di energia, carburanti e prezzi al consumo” — https://lab24.ilsole24ore.com

Sky TG24, “Guerra Iran, l’Italia tra i Paesi più penalizzati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz” — https://tg24.sky.it

Il Fatto Quotidiano, “Con una guerra in Iran prolungata ci sarà la più grave crisi energetica della storia”, 27 aprile 2026 — https://www.ilfattoquotidiano.it

Formiche.net, “Così i conservatori di ECR provano a cambiare l’UE (con la spinta di Meloni)”, dicembre 2025 — https://formiche.net

Adnkronos, “Governo Meloni: il secondo più longevo nella storia della Repubblica”, 2 maggio 2026 — https://www.adnkronos.com

Editoriale Domani, “Il primo maggio di Meloni”, 1 maggio 2026 — https://www.editorialedomani.it

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