1.413 giorni, il record di longevità della Repubblica e ciò che resta da fare
Il 4 settembre 2026 il governo Meloni raggiunge quota 1.413 giorni in carica e supera di una sola giornata il primato del Berlusconi II, fermo a 1.412. Il conteggio parte dal 22 ottobre 2022, giorno del giuramento al Quirinale. Dal 14 luglio 1946 a oggi si sono succeduti 68 esecutivi: nessuno era mai arrivato così lontano. Il traguardo viene celebrato a Bari, nell’area del Terminal Crociere, con uno slogan che ne sintetizza la lettura politica: “Il governo più stabile, l’Italia più forte”. È anche, per inciso, il record di un esecutivo guidato per la prima volta nella storia repubblicana da una donna, dettaglio che nell’autunno 2022 veniva raccontato come una curiosità e che oggi è semplicemente un fatto.
Vale la pena precisare subito che cosa significa e che cosa non significa questo primato, perché la precisione è la migliore alleata di chi rivendica un risultato. Si tratta del record di un singolo governo, non del singolo presidente del Consiglio. Nella classifica dei premier per giorni complessivi a Palazzo Chigi restano davanti Silvio Berlusconi, con circa 3.339 giorni, e poi Giulio Andreotti e Alcide De Gasperi. Ma quei giorni li hanno accumulati guidando rispettivamente quattro, sette e otto esecutivi diversi, separati da crisi, dimissioni, consultazioni e rimpasti. Meloni li ha accumulati con una sola compagine, senza una sola crisi formale. È esattamente qui la differenza che rende il dato interessante: non la quantità di tempo trascorso al potere da una persona, ma la continuità di un indirizzo politico.
Ottant’anni di governi brevi
Sessantotto governi in ottant’anni significa una durata media inferiore ai quattordici mesi, con estremi quasi comici: il Fanfani I durò 22 giorni, il De Gasperi VIII appena 32, il Tambroni 123. Nessun governo repubblicano ha mai coperto per intero una legislatura.
Questa fragilità non è stata un incidente della storia: è stata il prodotto di un’architettura. Un sistema elettorale rigidamente proporzionale, unito all’esclusione preventiva del Partito Comunista dall’area di governo, produceva un esito obbligato: la Democrazia Cristiana doveva stare al governo sempre, perché non esisteva alternativa praticabile, e proprio per questo poteva permettersi di cambiare esecutivo di continuo. L’instabilità dei governi era il meccanismo che garantiva la stabilità del sistema: si cambiava governo per non cambiare maggioranza, si rimescolavano ministeri e formule per tenere insieme correnti e alleati minori. De Gasperi guidò otto governi in otto anni, Andreotti sette, Fanfani sei, Moro e Rumor cinque ciascuno. Il ricambio non era un sintomo di rottura, era una tecnica di gestione del potere.
L’eccezione fu il Craxi I, dall’agosto 1983 all’agosto 1986: 1.093 giorni, il primo esecutivo repubblicano a superare i tre anni e il primo a dimostrare che una leadership politica riconoscibile e personalizzata poteva reggere l’urto delle correnti.
La Seconda Repubblica promise stabilità attraverso il bipolarismo e la mantenne solo in parte. Il Berlusconi II arrivò a 1.412 giorni tra il giugno 2001 e l’aprile 2005, ma cadde per una crisi interna alla maggioranza dopo la sconfitta alle regionali. Il Berlusconi IV, secondo per longevità con 1.287 giorni, si arrese nel novembre 2011 sotto la pressione dello spread. Sul fronte opposto, il governo più longevo del centrosinistra resta il Renzi, con 1.024 giorni, interrotto dall’esito del referendum costituzionale del dicembre 2016; prima ancora, il Prodi I si era fermato a 886 giorni e il Prodi II a 722. Poi il capitolo dei governi tecnici, nati non da un mandato elettorale ma da un’emergenza: il Monti a 529 giorni, il Draghi a 616.
Sul podio della longevità, oggi, ci sono tre governi di centrodestra: Meloni, Berlusconi II e Berlusconi IV. Per trovare un esecutivo di centrosinistra bisogna scendere al quinto posto. Non è una coincidenza statistica: la capacità di costruire coalizioni coese attorno a un programma riconoscibile, e di tenerle insieme anche quando i sondaggi interni divergono, è stata storicamente più solida a destra che a sinistra.
Da Tatarella a Palazzo Chigi
La scelta di Bari non è casuale, e merita più di una nota di colore. Il palco sorge a pochi passi dalla targa dedicata a Pinuccio Tatarella, dirigente del Movimento Sociale Italiano e tra i fondatori di Alleanza Nazionale, l’uomo che più di ogni altro lavorò perché la destra italiana uscisse dalla condizione di minoranza testimoniale ed entrasse nel governo del Paese.
Per cinquant’anni quella tradizione politica è stata tenuta fuori dal cosiddetto arco costituzionale, considerata un residuo folkloristico destinato ai margini del sistema. Oggi detiene il record di longevità della Repubblica che la escludeva. Non è una rivincita, ed è meglio non raccontarla così: è la conclusione naturale di un percorso di legittimazione durato decenni, fatto di congressi, scissioni, ricostruzioni e di un partito che quindici anni fa non aveva nemmeno un europarlamentare. La destra italiana ha impiegato mezzo secolo a convincere il Paese di essere pronta a governare. Il 4 settembre è la data in cui quella discussione si chiude per esaurimento dell’argomento contrario.
Meno tasse, più lavoro
La durata, da sola, non è un merito. Diventa un argomento politico solo se accompagnata da risultati misurabili, e il primo capitolo è quello fiscale, perché è la promessa su cui il centrodestra si era presentato agli elettori nel 2022.
La legge di bilancio 2025 ha reso strutturale il taglio del cuneo fiscale, sgravio contributivo per i redditi più bassi, detrazione fino a mille euro nella fascia intermedia, con il beneficio esteso fino a 40mila euro, e ha stabilizzato la riduzione delle aliquote IRPEF da quattro a tre, accorpando i primi due scaglioni sotto l’aliquota del 23% fino a 28mila euro e innalzando la no tax area per i dipendenti da 1.880 a 1.955 euro. Solo l’accorpamento ha riguardato circa 13,6 milioni di contribuenti. La legge di bilancio 2026 ha poi ridotto dal 35 al 33% l’aliquota sullo scaglione tra 28mila e 50mila euro, con un meccanismo che sterilizza il beneficio oltre i 200mila euro di reddito: un intervento da circa tre miliardi l’anno indirizzato esplicitamente al ceto medio, cioè alla fascia che paga la quota più consistente dell’imposta e accede al minor numero di sostegni. A questi si aggiungono la flat tax per gli autonomi innalzata a 85mila euro, la detassazione dei premi di produttività e dei fringe benefit, la decontribuzione per le madri lavoratrici.
Secondo le relazioni tecniche allegate ai provvedimenti, la revisione dell’IRPEF e il taglio del cuneo comportano complessivamente minori entrate strutturali per circa 21 miliardi di euro l’anno. Sono ventuno miliardi che restano nelle buste paga anziché entrare nelle casse dello Stato, ogni anno, in via permanente.
Sul lavoro, l’Istat ha diffuso il 1° settembre 2026 la rilevazione relativa a luglio: gli occupati sono 24 milioni e 370mila, ai massimi storici, con un tasso di occupazione al 63,2%, in crescita di otto decimi su base annua, e un tasso di disoccupazione sceso al 5,8%. Il dato più significativo è però la composizione: i dipendenti a tempo indeterminato salgono a 16 milioni e 583mila, con 303mila unità in più in un anno, mentre i contratti a termine scendono a 2 milioni e 486mila, 82mila in meno. Non è soltanto più lavoro: è lavoro più stabile. Fratelli d’Italia quantifica in 1 milione e 305mila i posti a tempo indeterminato aggiuntivi dall’insediamento dell’esecutivo.
Questi numeri vanno letti insieme a una scelta politica precisa compiuta all’inizio della legislatura: la sostituzione del reddito di cittadinanza con l’Assegno di inclusione e il Supporto per la formazione e il lavoro, che distingue tra chi non può lavorare e chi può. La misura fu descritta come una crudeltà sociale. I dati sull’occupazione, tre anni dopo, raccontano un’altra storia.
Conti pubblici, PNRR, Mezzogiorno
Sui conti, il quadro è documentato dal Ministero dell’Economia. Lo spread tra BTP e Bund decennali, che a settembre 2022 aveva toccato i 251 punti base, è sceso fino ai 59 punti del gennaio 2026, per poi risalire in area 80-85 all’inizio di settembre 2026 sotto la spinta delle tensioni energetiche internazionali, in un movimento che ha riguardato l’intero mercato obbligazionario europeo. Ancora più netto il giudizio delle agenzie: S&P ha alzato il rating a BBB+ nell’aprile 2025, Fitch ha fatto lo stesso in settembre, DBRS ha promosso l’Italia ad A (low) in ottobre e a novembre Moody’s ha portato il giudizio a Baa2, il primo miglioramento dopo ventitré anni. Scope e KBRA hanno rivisto al rialzo le prospettive.
Sul PNRR, l’Italia ha incassato circa 166 miliardi sui 194,4 assegnati, pari all’85,4% delle risorse, dopo l’erogazione della nona rata da 12,8 miliardi il 3 giugno 2026. La media dell’Unione si ferma al 68,7% delle risorse erogate e al 57,9% dei traguardi conseguiti. Resta la decima e ultima rata, da 28,4 miliardi, legata a 159 obiettivi finali, la cui domanda di pagamento va trasmessa a Bruxelles entro il 30 settembre.
Sul Mezzogiorno, il Check-up presentato da Confindustria e SRM a Bari il 16 luglio 2026 registra una crescita del PIL meridionale dell’8,3% tra il 2019 e il 2025, contro il 6,3% della media nazionale, e stima per il 2026 un +0,6% al Sud contro il +0,5% italiano. Gli occupati nel Mezzogiorno superano i 6,52 milioni, con un incremento tendenziale triplo rispetto alla media del Paese. La ZES Unica, a metà 2026, ha generato attraverso le Autorizzazioni Uniche oltre 9 miliardi di investimenti diretti e circa 25mila nuovi posti di lavoro, senza contare l’indotto; cresce il valore medio dei progetti autorizzati, segnale che lo strumento sta attraendo insediamenti industriali di dimensione crescente.
Famiglia, merito, Made in Italy
C’è poi una dimensione che i numeri da soli non restituiscono, e che riguarda l’idea di Paese sottesa a questi quattro anni.
Sul fronte familiare, la legge di bilancio 2026 ha portato il bonus per le madri lavoratrici da 40 a 60 euro mensili, esentasse, per le madri con almeno due figli e reddito fino a 40mila euro; ha confermato i tre mesi di congedo parentale facoltativo indennizzati all’80% della retribuzione anziché al 30%; ha esteso da 12 a 14 anni l’età del figlio entro cui è possibile fruire del congedo parentale e del prolungamento per figli con disabilità, raddoppiando da 5 a 10 i giorni annui di congedo per malattia del figlio. Il pacchetto famiglia vale circa 3,5 miliardi nel triennio 2026-2028 e si aggiunge al contributo per i nuovi nati introdotto con la manovra precedente.
Sull’istruzione, il decreto firmato dal ministro Bernini nell’agosto 2026 porta il Fondo di finanziamento ordinario delle università statali a 9,415 miliardi di euro, con un incremento del 26% rispetto al 2019 e nessun ateneo in riduzione rispetto all’anno precedente. Sul personale scolastico, il contratto collettivo del comparto Istruzione e Ricerca 2025-2027, firmato in via definitiva il 1° luglio 2026, riconosce ai docenti un aumento medio di circa 143 euro lordi mensili che, sommati ai circa 149 del contratto precedente, portano l’incremento complessivo tra il 2022 e il 2027 intorno ai 291 euro lordi al mese.
Attorno a queste misure c’è una grammatica riconoscibile: il ministero dell’Istruzione e del Merito, il ministero delle Imprese e del Made in Italy con il liceo dedicato, la sovranità alimentare inserita nella denominazione del dicastero agricolo. Sono scelte che gli avversari hanno derubricato a operazioni nominalistiche. In realtà indicano una direzione: che il lavoro produttivo, la manifattura, l’agricoltura e la trasmissione del sapere non sono settori residuali da gestire, ma il perimetro dentro cui una nazione decide che cosa vuole essere. Si può discutere l’efficacia di ciascuna misura. Non si può dire che manchi un disegno.
Frontiere
Il capitolo migratorio è quello su cui la discontinuità è più visibile nei numeri del cruscotto statistico del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. Dal 1° gennaio al 17 agosto 2026 sono sbarcate in Italia 17.800 persone, contro le 39.116 dello stesso periodo del 2025 e le 38.133 del 2024: un calo superiore al 54% rispetto a entrambi gli anni. Il confronto mensile è ancora più esplicito: 2.179 arrivi nel luglio 2026 contro i 6.487 del luglio 2025. Anche i minori stranieri non accompagnati diminuiscono, da 7.079 a 3.395 nel periodo di riferimento.
Il movimento inverso riguarda i rimpatri. Tra il 1° gennaio e il 25 agosto 2026 ne sono stati eseguiti 5.649 contro i 4.248 dell’anno precedente, con un incremento del 33%: i rimpatri forzati salgono da 3.814 a 4.832, quelli volontari assistiti quasi raddoppiano, da 434 a 817. In otto mesi è stato già superato l’83% del totale dell’intero 2025. Il 28 agosto un volo charter diretto al Cairo ha ricondotto in Egitto 23 cittadini: primo caso in Italia in cui, esaurita la fase giurisdizionale, la nuova procedura europea di frontiera è arrivata fino all’esecuzione del rimpatrio, in coordinamento con Frontex.
Il punto politico è che l’impostazione italiana non è più una posizione isolata da difendere nei Consigli europei. È diventata, progressivamente, la linea dell’Unione.
L’Italia nel mondo
Quando il governo si insediò, una parte consistente della stampa internazionale prevedeva l’isolamento dell’Italia. È accaduto il contrario, e le ragioni sono in buona parte precedenti all’arrivo a Palazzo Chigi.
La collocazione di Fratelli d’Italia nel gruppo dei Conservatori e Riformisti europei aveva costruito negli anni una rete di relazioni già operativa nel momento del giuramento. Meloni ha guidato l’ECR fino al gennaio 2025, quando le è subentrato Mateusz Morawiecki, e il gruppo si è collocato in posizione di cerniera tra il Partito Popolare e i Patrioti per l’Europa. La nomina di Raffaele Fitto a vicepresidente esecutivo della Commissione ha dato a quella traiettoria una sanzione istituzionale: per la prima volta un esponente di un governo italiano di destra siede ai vertici dell’esecutivo comunitario con deleghe di peso.
Sul dossier ucraino l’Italia ha costruito una posizione di raccordo tra Bruxelles, le capitali europee e Washington, evitando tanto l’allineamento acritico quanto la rottura. Nelle comunicazioni alla Camera dell’11 giugno 2026 la presidente del Consiglio ha ricordato che dal 1° gennaio di quest’anno Mosca non è riuscita a incrementare la percentuale di territorio ucraino sotto il proprio controllo, e ha proposto all’Europa una riflessione “comune e pragmatica” sui canali di interazione con la Russia, mettendo in guardia dal rischio che la determinazione si trasformi in cecità diplomatica. La conferenza di Roma sulla ricostruzione, con oltre quaranta accordi industriali siglati, ha dato a quella posizione un contenuto concreto: l’Italia non si limita a sostenere Kiev, si candida a ricostruirla.
Nella stessa sede il governo ha tenuto una posizione di autonomia di giudizio anche dove sarebbe stato più comodo tacere, riconoscendo insieme a Francia, Germania e Regno Unito la gravità della situazione umanitaria a Gaza e l’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania. È un elemento che vale la pena registrare, perché smentisce l’idea di una politica estera appiattita su automatismi ideologici.
C’è infine il Piano Mattei, la strategia di partenariati paritari con i Paesi africani ricchi di risorse strategiche, che Meloni ha inserito esplicitamente nel quadro della sicurezza economica nazionale ed europea, e che il presidente della Repubblica ha richiamato pubblicamente come uno degli assi della presenza italiana nel mondo, insieme alla partecipazione al G20.
La sintesi è semplice: chi siede a Palazzo Chigi da quattro anni non deve reimparare ogni sei mesi le regole del gioco, ricostruire le relazioni, riposizionarsi sui dossier. In un sistema internazionale attraversato da guerre e riallineamenti, la prevedibilità è essa stessa una risorsa negoziale. L’Italia ha smesso di essere il Paese delle sorprese sgradevoli.
Marzo 2026: la prova della tenuta
C’è un episodio che, più di ogni statistica, spiega la natura di questa stabilità.
Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani hanno respinto per via referendaria la riforma costituzionale della giustizia, con il No intorno al 54% e un’affluenza del 58,9%, la più alta di tutte le consultazioni nazionali degli ultimi anni. Era una riforma fortemente voluta dalla maggioranza, e la sua bocciatura è stata una sconfitta politica.
Il confronto con il precedente è però illuminante. Nel dicembre 2016 Matteo Renzi aveva personalizzato il referendum costituzionale, trasformandolo in un plebiscito sulla propria persona; perse, si dimise, e il suo governo si fermò a 1.024 giorni. Nel marzo 2026 il governo ha preso atto del verdetto popolare e ha proseguito. Nessuna crisi, nessun rimpasto, nessuna richiesta di elezioni anticipate. La legislatura è andata avanti sull’agenda economica e internazionale.
È esattamente la differenza tra una leadership che coincide con un’aspettativa e una leadership che coincide con un programma. Il primo modello vive di consenso plebiscitario e muore alla prima sconfitta; il secondo accetta che in democrazia si possa perdere una battaglia e si continui a governare. Anche questo, alla fine, è longevità.
Dall’eccezione alla regola
Resta la domanda che il record pone e non risolve da solo: la stabilità di questi 1.413 giorni è un merito di una stagione politica o può diventare una caratteristica del sistema?
Il programma del centrodestra prevedeva tre riforme istituzionali: autonomia differenziata, giustizia e premierato. La seconda è stata respinta dagli elettori a marzo; il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, approvato in prima lettura al Senato nel giugno 2024, si trova in una fase di stallo parlamentare e difficilmente completerà l’iter in questa legislatura.
L’obiettivo, però, è stato in parte ripreso per via ordinaria. Il 16 luglio 2026 la Camera ha approvato con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti la riforma della legge elettorale, oggi all’esame del Senato. Il testo sostituisce il Rosatellum con un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che superi il 42% dei voti, entro un tetto di 220 deputati e 113 senatori. È previsto l’obbligo di indicare il candidato presidente del Consiglio sulla scheda, e un emendamento approvato all’unanimità introduce il voto per i fuorisede.
Si può discuterne la formula, ma la logica è chiara e coerente con tutto ciò che precede: dare all’elettore il potere di scegliere non solo un parlamento ma un governo, e a chi vince i numeri per durare cinque anni. È il tentativo di trasformare in regola ciò che finora è stato eccezione. Se il Senato confermerà il testo, le politiche del 2027 saranno le prime a svolgersi con quelle regole.
Le sfide che restano
Un bilancio onesto non si chiude sull’elenco dei risultati. I fronti aperti sono almeno cinque.
L’energia. L’Istat ha stimato per agosto 2026 un’inflazione al 3,3%, in accelerazione dal 2,9% di luglio, trainata dai beni energetici passati da un aumento annuo dell’11,6% al 17,0%. I prodotti ad alta frequenza d’acquisto, quelli che le famiglie percepiscono ogni settimana, crescono del 4,3%. È la conseguenza diretta delle tensioni internazionali, ed è la variabile che più di ogni altra rischia di erodere i ventuno miliardi restituiti con il taglio del cuneo e la riforma delle aliquote.
La crescita. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto al rialzo la stima per il 2026, portandola a +0,9% grazie all’andamento di investimenti ed esportazioni, ma conferma un +0,6% per il 2027. Sono numeri che consolidano la traiettoria dei conti e non risolvono il nodo strutturale della produttività italiana.
La demografia. Nel 2025 sono nati 355mila bambini, il minimo dall’Unità d’Italia, con una fecondità scesa a 1,14 figli per donna e un saldo naturale negativo di circa 297mila unità. È il primo governo ad aver istituito un ministero dedicato e ad aver messo la natalità stabilmente al centro dell’agenda, con assegno unico, congedi e bonus per i nuovi nati. Ma le curve demografiche si muovono su scale generazionali: nessuna legislatura può invertirle, e nessuna può permettersi di rinviarle. È la sfida del decennio, non del mandato.
Il divario territoriale. La crescita del Mezzogiorno c’è, ma il tasso di occupazione meridionale resta intorno al 50% contro il 62,5% nazionale, il PIL pro capite è il più basso tra le macroaree e nel primo trimestre 2026 l’export del Sud ha segnato un -1,1%. La ZES funziona; il divario si riduce, lentamente.
Il dopo-PNRR. La domanda per l’ultima rata va presentata entro il 30 settembre, la valutazione della Commissione è attesa entro il 30 novembre, l’erogazione entro il 31 dicembre. Restano oltre 130 miliardi di progetti in fase di completamento o rendicontazione. La domanda politica vera riguarda però il 2027: come si sostengono gli investimenti pubblici quando la leva straordinaria europea si esaurisce. È su questo che si misurerà la manovra in preparazione, con la detassazione delle tredicesime, la conferma del bonus mamme, l’estensione dell’aliquota al 33% fino a 60mila euro e la flessibilità pensionistica tra i dossier sul tavolo.
Che cosa insegna il record
Il 4 settembre non cambia la vita di nessun cittadino. Ma dice qualcosa di rilevante sul funzionamento della democrazia italiana, e vale la pena dirlo senza enfasi.
Per ottant’anni la politica italiana ha convissuto con l’idea che governare significasse sopravvivere: negoziare la maggioranza ogni settimana, rimandare le riforme strutturali alla prossima legislatura, spiegare ai partner internazionali che l’interlocutore sarebbe cambiato a breve. Quel meccanismo aveva una sua logica, ma aveva anche un costo, pagato in decenni di riforme incompiute e di credibilità intermittente.
La stabilità non è di per sé un merito: un governo stabile che sbaglia direzione fa più danni di uno instabile. Ma è la precondizione di qualunque politica che voglia produrre effetti oltre l’orizzonte del titolo di giornale. Chi governa da quattro anni può programmare su cinque, può negoziare a Bruxelles sapendo di dover poi rispondere delle proprie firme, può accettare il costo politico di una misura sapendo di poterne raccogliere il beneficio.
Da Milano questo si vede con particolare chiarezza. In una città e in una regione che vivono di investimenti pianificati su orizzonti lunghi sapere quale sarà il quadro fiscale, energetico e regolatorio tra ventiquattro mesi non è un dettaglio da analisti: è la differenza tra un capitale che arriva e un capitale che va altrove. La prevedibilità è un fattore competitivo, e la Lombardia è la parte d’Italia che più di ogni altra la converte in valore.
Il record vero, dunque, non è quello aritmetico di questi 1.413 giorni. È quello che si misurerà nell’autunno 2027, se la legislatura arriverà alla scadenza naturale con lo stesso esecutivo che l’ha aperta. Sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica. E sarebbe, questo sì, un cambiamento strutturale: il passaggio dal governare per sopravvivere al sopravvivere abbastanza a lungo da governare davvero.
Fonti
Governo italiano, elenco dei governi della Repubblica, governo.it
YouTrend, “Il Governo Meloni è il più duraturo della storia della Repubblica”, 3 settembre 2026
Pagella Politica, “Il governo Meloni è già il più longevo nella storia della Repubblica”, 31 agosto 2026
Istat, “Occupati e disoccupati (dati provvisori) — Luglio 2026”, 1° settembre 2026
Istat, “Prezzi al consumo — stima preliminare, agosto 2026”, 1° settembre 2026
Istat, “Indicatori demografici — Anno 2025”, 30 marzo 2026
Ministero dell’Economia e delle Finanze, “Benefici per imprese, famiglie, finanza: lo spread che racconta l’Italia degli ultimi 3 anni”, 15 gennaio 2026
Leggi di bilancio 2025 e 2026 e relative relazioni tecniche (revisione IRPEF, taglio del cuneo fiscale, pacchetto famiglia)
Ministero dell’Università e della Ricerca, decreto di riparto del Fondo di finanziamento ordinario 2026, agosto 2026
ARAN, CCNL comparto Istruzione e Ricerca 2025-2027, sottoscrizione definitiva del 1° luglio 2026
Ministero dell’Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza, cruscotto statistico giornaliero, aggiornamenti agosto 2026
Struttura di missione PNRR, stato di attuazione del Piano e calendario della decima rata, luglio 2026
Confindustria e SRM, “Check-up Mezzogiorno 2026”, Bari, 16 luglio 2026
Ufficio parlamentare di bilancio, “Nota sulla congiuntura”, agosto 2026
Governo italiano, “Comunicazioni del Presidente Meloni in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno”, 11 giugno 2026
Ministero dell’Interno, risultati del referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026
Camera dei deputati, A.C. 2822-A, riforma del sistema elettorale, approvazione in prima lettura del 16 luglio 2026
Fratelli d’Italia, materiali informativi “Stabilità da record”, settembre 2026




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