Dalla prevenzione alla responsabilità: educare alla cura reciproca

Negli ultimi anni il tema del benessere mentale ha finalmente superato i confini dalla sfera privata e ha conquistato spazio nel dibattito pubblico e politico.
D’altra parte, non è affatto scontato che le richieste avanzate dai giovani trovino un contesto ricettivo e capace di fornire risposte concrete e tempestive.

Per troppo tempo il disagio giovanile è stato letto esclusivamente come una questione individuale o sanitaria, senza coglierne la natura più profonda di indicatore di fragilità culturale e relazionale.
È anche per questo che oggi permane un vuoto strutturale profondo, difficile da colmare.

Con colpevole ritardo, guardando per la prima volta Thirteen Reasons Why, sono rimasta impressionata da un aspetto che nella nostra esperienza concreta tende a passare inosservato, ma che nella serie è centrale: si insiste con forza su messaggi come “chiedi aiuto” o “parlane” — che per chi soffre non è affatto semplice — mentre resta sullo sfondo la responsabilità attiva che ciascuno può avere, tanto nell’aiutare quanto, talvolta, nel ferire chi è in difficoltà.

“Tredici” è interessante, perché sposta l’asse dall’attesa della richiesta d’aiuto alla presa di consapevolezza che la cura dell’altro è anche un nostro dovere umano.

È lì che riemerge quella humanitas di cui parlava Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (nulla di ciò che è umano mi è estraneo).

La salute mentale non è un fatto individuale, ma una responsabilità collettiva.
Questo impone una sfida concreta per la classe dirigente, che è chiamata a costruire strumenti stabili, accessibili e non simbolici.

In questa direzione si colloca, ad esempio, il rafforzamento della figura dello Psicologo delle Cure Primarie all’interno di presidi territoriali di riferimento per la cittadinanza, come le Case di Comunità, che possono diventare veri e propri punti di riferimento per il benessere psicologico diffuso.

La Lombardia, l’Emilia Romagna, la Campania – per citarne alcune-, hanno mostrato passi avanti rispetto ad altre regioni, ma l’azione resta frammentata e priva di un coordinamento normativo su scala nazionale, attualmente in esame in Commissione alla Camera, che renda questa figura strutturale, e non legata a progetti spot o a logiche emergenziali.

Allo stesso modo, torna con forza il tema dello psicologo scolastico.
Se ne discute in Italia fin dagli anni Sessanta, eppure ancora oggi manca un quadro normativo stabile che ne sancisca l’inserimento strutturale nel sistema educativo. Una figura che, se ben integrata, potrebbe giocare un ruolo chiave nella prevenzione, nell’ascolto e nel sostegno quotidiano agli studenti, agli insegnanti e ai genitori.

L’accessibilità a uno sportello psicologico, soprattutto in momenti delicati come la fase adolescenziale, può cambiare radicalmente la traiettoria di una vita.
E non si tratta di creare dipendenza dai servizi, ma di offrire ascolto qualificato prima che il disagio, spesso silenzioso e sottovalutato, esploda.
Prendersi cura della salute mentale significa mettere le persone in condizione di scegliere, di autodeterminarsi e di vivere pienamente la propria libertà interiore.

L’urgenza c’è, e va colta ora.

Una visione politica matura dovrebbe riconoscere che parlare di benessere mentale non significa assecondare fragilità, ma educare alla responsabilità, significa non cadere nell’errore di medicalizzare la sofferenza, ma costruire contesti in cui scuola, famiglia, territorio e istituzioni sappiano accogliere la vulnerabilità senza stigmi, sappiano mettere in campo progetti di promozione e prevenzione, anche con il coinvolgimento attivo della comunità, e sappiano definire chiaramente ruoli e presidi a cui affidarsi in caso di bisogno.

Non è una battaglia ideologica, è una responsabilità condivisa in cui qualsiasi forza politica ha il dovere di riscoprire l’importanza del prendersi cura dei legami e delle persone.

Non si tratta di fare di più, si tratta di fare meglio.

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