Quando la sofferenza non trova ascolto

La storia di Paolo

Ci sono eventi che non possono lasciare indifferenti, perché si impongono come ferite aperte nel corpo della comunità e interrogano – o almeno dovrebbero – con forza implacabile la coscienza collettiva. La morte di Paolo, quattordicenne di Santi Cosma e Damiano in provincia di Latina, appartiene a questa categoria: non soltanto un dramma personale, ma l’emblema di un fallimento generale.

Che un adolescente scelga di porre fine alla propria vita non è un fatto derubricabile a mero episodio di cronaca e un aspetto altrettanto drammatico della vicenda è, come troppo spesso accade in questi casi, una domanda di ascolto che non ha incontrato accoglienza né protezione.

I genitori riferiscono che gli episodi di bullismo erano cominciati già alle elementari con derisioni, umiliazioni da parte dei coetanei e, pare, anche degli insegnanti. E non sono rimaste solo parole: ci sarebbero state segnalazioni, denunce ai carabinieri, richieste precise di aiuto.

Quando il disagio è espresso e nondimeno ignorato, il messaggio che passa è devastante: quella vita non merita attenzione, quel dolore può essere relativizzato, ridimensionato, spostato su un piano secondario.

La scuola respinge le accuse, la dirigenza nega che vi siano state richieste di aiuto, ma possiamo davvero ridurre tutto a un rimpallo formale di responsabilità? Possiamo accettare che la salvaguardia di un adolescente dipenda da atti burocratici e non dalla sensibilità educativa e dalla capacità di leggere i segni della sofferenza?

In tutto ciò colpisce il silenzio nelle aule scolastiche, dove adulti investiti di un ruolo educativo hanno scelto di non agire; il silenzio istituzionale, che si traduce in interventi tardivi e ispettivi solo dopo l’irreparabile; il silenzio comunitario, di chi oggi si dichiara sgomento ma ieri non ha saputo vedere o non ha voluto interrogarsi.

Scegliere di non intervenire significa legittimare implicitamente la violenza e consentire il cristallizzarsi di un’umiliazione strutturale, fino a divenire disperazione senza via d’uscita.

Trovo superfluo ripetere la lezione, come se fosse necessario spiegare ancora cos’è il bullismo, quali siano le sue dinamiche e i suoi tempi.

Di fronte al tempo spezzato di una vita, ogni manuale risulta sterile.

Ciò che rimane, e che dovrebbe toccarci in profondità, è la consapevolezza che la risposta non possa essere solo analitica, ma esistenziale: un’azione su noi stessi e verso gli altri, un prendersi cura, un esercizio di presenza e di amore.

Ogni volta che scegliamo di vedere davvero l’altro – nella sua fragilità, nella sua diversità, nella sua vulnerabilità – sciogliamo quel silenzio che legittima la violenza. Non basta studiare i fenomeni, ma è anche necessario coltivare dentro di noi la disponibilità ad accogliere, a riconoscere che una vita interrotta insegna a non attendere misure esterne o rimedi tardivi. La prima responsabilità nasce nello sguardo, nelle parole, nei gesti quotidiani.

Non possiamo illuderci che la prevenzione consista solo nel rafforzare la vittima, in modo che sia il ragazzo a imparare a sopravvivere in un contesto ostile.  È il contesto che deve smettere di esserlo.

Prevenire significa creare spazi di ascolto, fornire strumenti educativi, figure psicologiche stabili, ma soprattutto riconoscere la violenza per quello che è, senza nasconderla dietro la parola “ragazzata”. Significa che ogni genitore dovrebbe chiedersi non solo come sta il proprio figlio, ma anche come si comporta con gli altri.

Paolo aveva chiesto aiuto, lo aveva fatto attraverso la sua famiglia, con denunce e segnalazioni. Non è stato ascoltato.

Ora il nostro compito implica l’assunzione di un impegno per trasformare il silenzio in responsabilità, perché non diventi ancora una volta complice di altre vite spezzate. Le istituzioni oggi si sono mosse, ed è bene che lo abbiano fatto; ma la speranza è che la storia di Paolo non resti un fatto di cronaca, un nome evocato soltanto all’occorrenza sui palchi, bensì diventi parte integrante dell’agenda sociale ed educativa di questo Paese.

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