L’Italia in una morsa di pigrizia

Finché non cambieremo la Costituzione, saremo prigionieri di un sordo e burocratico statalismo.

Nei tanto vituperati Stati Uniti d’America, quando cambia il vento delle elezioni presidenziali un rapido sconvolgimento percuote tutta la Nazione nei suoi gangli di competenza e di comando. Nei centri nevralgici dei 50 stati, si avvicendano persone e personaggi dettati dalla maggioranza del Congresso: Repubblicana o Democratica.

In quel dopo elezioni, migliaia di individui riempiono il loro scatolone con gli effetti personali e lasciano per sempre, o forse fino alla prossima volta, l’ufficio dal quale emanavano ordini, competenze od esperienze per lasciare la poltrona a chi gli succederà, secondo i voleri o i programmi politici di chi ha vinto le elezioni. Da quel momento, un enorme apparato si muove in sintonia per raggiungere obbiettivi e finalità concordate, o comunque già affinate e preparate, dalla nuova Presidenza degli Stati Uniti. Mica uno scherzo. Si tratta di 9000 dirigenti, di cui 4000 espressamente voluti dal nuovo Presidente, che prendono in mano situazioni di vertice, decidono, esortano il loro personale ai migliori risultati e ai piani dichiarati durante la campagna elettorale. E chi batte la fiacca o non guarda nella medesima direzione, riempie anzitempo il suo scatolone e se ne va.

Ora guardiamo in casa nostra. Elezioni nazionali. Cambia il governo. Vuoi che sia un partito unico (quasi mai successo), o una coalizione, ora saranno loro a dover guidare politicamente e amministrativamente il Paese. Ecco dunque il posizionamento dei ministri, dei segretari e dei sottosegretari. Lasciamo perdere poche decine sciacquini, lacchè e portaborse, che lavorano unicamente per guadagnare il lesso, come diceva Manzoni, ma per il resto? Per il resto non cambia nulla.

Non cambia nulla perché come afferma il bravo e preparato esperto di politica del Corriere della Sera, Francesco Verderami, il nostro “establishment” non è ricettivo ai cambiamenti. Il nostro mega apparato statal-burocratico, costituito da capi, capetti e manager che presiedono la cultura, la magistratura, l’economia, dove ognuno si guarda bene dal non avere rogne, è assolutamente impermeabile ad ogni cambiamento che avvenga nella politica nazionale tramite democratiche votazioni.

Esso, l’establishment, ha due preoccupazioni: mantenere i propri privilegi e non licenziare per non dover cadere sotto la mannaia di un magistrato del Lavoro. L’establishment, come lo ha evidenziato giustamente Verderami, è adagiato in un lasso e pigro tran tran da decenni compattato in vecchie ideologie e vantaggi individuali che rifiutano ogni e qualsiasi cambiamento politico. E, se Verderami non lo ha detto esplicitamente, lo aggiungo io: un apparato ipertrofico che assolutamente non è abituato ad un governo di Destra. Forse, qualche ritocchino a quella Carta Costituzionale davanti alla quale ci si genuflette ad ogni piè sospinto, andrebbe assolutamente operato. Lasciando ad esempio larga mano al Premier per un repentino cambio di competenze e centri di potere decisionale. Altrimenti, è come spingere l’acceleratore dell’auto con il freno a mano tirato. Alla fine, non solo non produci nulla, ma fondi il motore.

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